Quando abbiamo smesso di muoverci?

Allenare un organismo complesso come se fosse lineare.

Serie, ripetizioni, carichi, macchine, traiettorie definite.

Una parte importante della cultura dell’allenamento moderno si è costruita così: isolare un gesto, misurarlo, ripeterlo e progressivamente renderlo più efficiente.
Tutto questo ha una sua utilità.
Abbiamo ridotto la complessità per controllare meglio il movimento, dosare il carico, sviluppare forza, mobilità e resistenza e misurare i nostri progressi.

Ma cosa perdiamo quando semplifichiamo il movimento?
Nella vita, il nostro corpo non si muove quasi mai in condizioni così prevedibili.

Pensiamo al gesto più semplice che conosciamo: camminare.
Ci spostiamo apparentemente in linea retta, ma per farlo il nostro corpo mette insieme rotazioni del bacino e del torace, oscillazioni degli arti, trasferimenti di peso, adattamenti dell’appoggio e una quantità enorme di piccoli aggiustamenti.
Anche un gesto apparentemente lineare nasce quindi da un’organizzazione tridimensionale e complessa.

Eppure, quando ci alleniamo, spesso facciamo quasi il contrario: prendiamo questa complessità e iniziamo a scomporla.

Un muscolo.
Un’articolazione.
Un esercizio.
Una traiettoria.
Un numero prestabilito di ripetizioni.

Quando l’esercizio incontra la vita.

Questa linearità non riguarda soltanto le macchine. Possiamo utilizzare pesi liberi, strumenti alternativi, eseguire gesti tecnicamente complessi della pesistica e combinare più esercizi.

Ma rendere più complessa la forma non rende necessariamente il compito meno lineare.

Utilizzare un kettlebell, una superficie instabile, una palla medica o combinare più esercizi non rende, di per sé, un allenamento funzionale. Ed è qui che anche la parola “funzionale” rischia di diventare ambigua.

Funzionale rispetto a che cosa?

La forza, la mobilità e il controllo che sviluppiamo attraverso un esercizio sono strumenti. Il passaggio successivo è imparare a organizzarli nel movimento quando cambiano la posizione, la direzione, l’appoggio o la relazione con ciò che ci circonda.

Pensiamo a uno squat. Possiamo imparare a eseguirlo bene, aumentare progressivamente il carico e diventare molto più forti. Poi, fuori dalla palestra, dobbiamo sollevare da terra una scatola ingombrante. Il peso non è perfettamente distribuito, non possiamo afferrarla come un bilanciere, siamo leggermente ruotati e magari dobbiamo anche fare qualche passo.

La forza che abbiamo costruito ci serve. Ma adesso dobbiamo organizzarla dentro una situazione diversa.

Ed è qui che la domanda cambia.

Non soltanto: quanto sono forte? Quanto sono mobile? Quanto controllo questo movimento?

Ma: quanto sono capace di utilizzare ciò che ho costruito quando le condizioni cambiano?

Prima dell’esercizio c’era il movimento.

Per gran parte della storia della nostra specie non è esistito qualcosa che potremmo chiamare “allenamento” nel senso moderno del termine. Il movimento era parte della vita.

Camminare. Correre. Trasportare. Sollevare. Arrampicarsi. Lanciare. Spostarsi su superfici irregolari. Manipolare oggetti. Interagire fisicamente con l’ambiente e con altre persone.

Non esistevano esercizi da riprodurre perfettamente. Esistevano problemi da risolvere.

Le condizioni cambiavano e il corpo doveva trovare ogni volta una soluzione. Una delle caratteristiche più interessanti del movimento umano è proprio questa versatilità.

Non siamo la specie che corre più velocemente, quella che salta più in alto o quella che si arrampica meglio. Possediamo però un repertorio straordinariamente ampio di possibilità motorie e, soprattutto, la capacità di apprendere nuove abilità, combinarle e adattarle a situazioni differenti.

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Fare movimenti più complessi basta?

Possiamo allora uscire dalle traiettorie guidate ed esplorare movimenti più ampi: rotazioni, locomozioni, transizioni dal pavimento alla posizione eretta, cambi di livello, trasferimenti di peso. Possiamo collegarli tra loro e costruire sequenze sempre più ricche e tridimensionali.

Questo è sicuramente un primo passaggio importante. Il corpo non si limita più a eseguire un gesto isolato: attraversa lo spazio e cambia organizzazione.

È da questa ricerca che nasce ciò che oggi viene raccolto sotto il nome di Movement Culture: non una disciplina, ma un territorio di ricerca nel quale pratiche differenti possono incontrarsi e contaminarsi, dalla danza alle arti marziali, dallo yoga all’allenamento della forza, dall’arrampicata fino alla giocoleria.

È un passaggio importante: il corpo torna a esplorare, combinare e apprendere, recuperando possibilità che una pratica troppo schematica e specialistica tende a dimenticare. Ma c’è un passaggio ulteriore.

Possiamo imparare una sequenza estremamente complessa, ripeterla fino a renderla fluida e continuare comunque a sapere esattamente cosa accadrà dopo. Conosciamo il punto di partenza, conosciamo la transizione, conosciamo il punto di arrivo.

Siamo usciti dalla linearità della forma, ma possiamo essere ancora dentro la linearità della soluzione.

Dal ripetere al rispondere.

Immaginiamo due situazioni. Nella prima dobbiamo portare un vassoio con alcune tazzine di caffè da un punto all’altro, lungo un percorso libero e conosciuto.

Nella seconda dobbiamo portare lo stesso vassoio attraversando una stanza piena di persone: qualcuno ci passa davanti, dobbiamo rallentare, cambiare direzione o fermarci improvvisamente senza rovesciare il caffè.

Il compito è lo stesso, ma nel secondo caso le condizioni cambiano mentre ci muoviamo e dobbiamo continuamente adattare la nostra risposta. È qui che entra in gioco la variabilità.

Variabilità non significa fare ogni volta qualcosa di diverso o rendere tutto casuale. E non significa smettere di ripetere: la ripetizione è necessaria per apprendere. Significa permettere che, dentro quella ripetizione, qualcosa possa cambiare.

L’appoggio. Lo spazio. Il ritmo. La direzione. L’attenzione. Un oggetto da manipolare. Un vincolo da rispettare. Un segnale a cui reagire. Un’altra persona con cui coordinarsi.

Qualcosa cambia e il corpo deve riorganizzarsi. A quel punto non possiamo limitarci a riprodurre il movimento che conosciamo. Dobbiamo trovare una soluzione.

Non ripetiamo soltanto movimenti. Impariamo a risolvere problemi motori.

Dal costruire movimenti al costruire possibilità.

Forza, mobilità, controllo e coordinazione sono strumenti. Allenarli è importante. Ma possedere uno strumento e saperlo utilizzare quando le condizioni cambiano non sono esattamente la stessa cosa.

Forse possiamo allora spostare un po’ lo sguardo: dal costruire movimenti al costruire possibilità. Non soltanto imparare sempre più esercizi, ma ampliare ciò che il nostro corpo sa fare e imparare a organizzarlo in funzione di ciò che incontra.

Non ricerchiamo necessariamente una risposta perfetta, ma un corpo capace di trovarne molte. Un corpo che possa esplorare, scegliere e adattarsi.

Non c’è nulla di sbagliato in un movimento lineare, controllato o prevedibile. È uno strumento e, come tale, può essere estremamente utile.

Forse il problema non è il movimento lineare in sé.

Il problema è pensare di poter allenare un organismo complesso come se fosse lineare.

Irene

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