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Il corpo ha le sue ragioni

Succede tutti i giorni.

Siamo in macchina, fermi nel traffico, e mentre pensiamo a come recuperare il ritardo ci accorgiamo che stiamo stringendo il volante. Le spalle sono sollevate, i denti serrati. Magari il traffico riparte, arriviamo a destinazione, ma quella fretta rimane con noi anche dopo essere scesi dall’auto. La portiamo nella prima conversazione, nel modo in cui rispondiamo al telefono, nell’impazienza con cui aspettiamo che qualcuno finisca di parlare.

Altre volte succede mentre aspettiamo una risposta importante. Abbiamo un libro aperto davanti, ma leggiamo tre volte la stessa pagina senza capire una parola. Oppure siamo in una riunione, sappiamo cosa vorremmo dire e continuiamo a cercare il momento giusto. Quando finalmente arriva, la voce sembra non uscire come l’avevamo immaginata.

Succede anche nelle cose belle. Prima di rivedere una persona che ci è mancata possiamo sentire il cuore accelerare; prima di un viaggio desiderato possiamo dormire male. Arriviamo a una festa contenti di esserci e abbiamo comunque bisogno di qualche minuto per trovare il nostro posto. Il corpo partecipa a quello che viviamo, anche quando ancora non sappiamo bene come chiamarlo.

Ci sono giorni in cui continuiamo a fare, risolvere, anticipare e, la sera, quando finalmente potremmo fermarci, ci ritroviamo ancora a correre con la testa. Altri in cui arriviamo a casa e vorremmo soltanto stare in silenzio. Il telefono suona e lo lasciamo suonare; qualcuno ci chiede cosa vogliamo mangiare e anche scegliere sembra richiedere un’energia che non abbiamo.

Poi incontriamo qualcuno con cui possiamo cercare le parole senza fretta. Usciamo a camminare dopo ore trascorse al chiuso e, a un certo punto, cominciamo a guardare davvero quello che abbiamo intorno. Ci viene da ridere, ci accorgiamo che il respiro ha più spazio, sentiamo che possiamo finalmente appoggiarci. Siamo sempre noi, eppure il nostro modo di stare, di muoverci e di incontrare gli altri è cambiato.

Il corpo non mente.

È una frase che dico e mi dico spesso. Quando la uso, penso al senso che può avere una risposta, anche quando ci fa stare scomodi. Il corpo cerca una strada per darci sicurezza con le risorse e le capacità che ha a disposizione, dentro la storia che ha vissuto e il momento che sta attraversando.

Se abbiamo dormito poco, se siamo stanchi, se una conversazione ci ricorda qualcosa di difficile, le risorse di oggi possono essere diverse da quelle di ieri. Così una frase che in un momento lasciamo passare, in un altro ci fa scattare. Una richiesta che di solito affrontiamo senza problemi ci sembra enorme, e magari ci ritroviamo a rispondere male proprio a qualcuno a cui vogliamo bene. Dopo pensiamo: «Ma perché ho fatto così? Non sono fatta così».

Forse possiamo cominciare a conoscerci anche in quei momenti. Quella risposta ha delle ragioni che meritano ascolto, e conoscerle può aiutarci a capire se il modo in cui ci proteggiamo è ancora utile nella situazione che stiamo vivendo. A volte ci accorgiamo che continuiamo a tenerci pronti anche quando potremmo appoggiarci, o che ci stiamo chiudendo proprio mentre desideriamo essere incontrati.

Leggersi attraverso il corpo.

Il corpo ci offre un modo concreto per riconoscere questi passaggi. Mentre parliamo con qualcuno, possiamo accorgerci che la voce si alza, che lo stomaco si stringe, che stiamo trattenendo il respiro. Magari sentiamo una spalla sollevata, una tensione vicino alla clavicola, le dita strette intorno al telefono. Possiamo restare un momento lì e sentire come siamo: dove c’è movimento, dove stiamo trattenendo, se riusciamo ad appoggiarci. A volte il significato diventa più chiaro dopo, quando abbiamo dato spazio alla sensazione.

Quando siamo presi dal fare, dove sono i nostri piedi? Li sentiamo appoggiati a terra mentre passiamo da una cosa all’altra? A che ritmo parliamo? Ci siamo seduti a mangiare, abbiamo sentito il sapore del pranzo, come sta adesso il nostro stomaco? Sono domande che ci riportano dentro quello che sta accadendo, proprio mentre accade.

Quando cerchiamo di tenere tutto sotto controllo, possiamo osservare quanto stringono le mani, se la mandibola trova un po’ di movimento, come respiriamo mentre aspettiamo. Quando ci chiudiamo, possiamo chiederci se sentiamo caldo o freddo, se percepiamo il battito del cuore, se abbiamo voglia di muoverci o bisogno di un appoggio. E quando stiamo bene, possiamo fermarci a conoscere anche quello: com’è il respiro adesso? Come mi muovo? Quanto mi viene naturale ascoltare, guardarmi intorno, essere curiosa?

Non serve osservare tutto, continuamente. A volte basta accorgersi di una cosa: sto rispondendo a questa persona con il fiato trattenuto. Sto pranzando come se dovessi scappare. Sono seduta qui, ma sto già vivendo tutte le cose che dovrò fare dopo.

È una domanda che mi interessa molto: come sto facendo quello che sto facendo? Posso portarla in una conversazione, mentre lavoro, mentre cammino o preparo la cena. Mi aiuta a riconoscere il modo in cui sono presente in quel momento, anche nelle azioni più abituali.

Conoscere i propri schemi apre possibilità.

Con il tempo possiamo riconoscere risposte che tornano. Quando qualcosa ci preoccupa, magari cominciamo a fare di più: organizziamo, controlliamo, cerchiamo una soluzione prima ancora di aver capito il problema. Oppure sentiamo salire le parole tutte insieme, ci allontaniamo, diciamo «Non importa» anche quando importa moltissimo. Sono modi che abbiamo imparato e che, a volte, arrivano così in fretta da sembrarci l’unica possibilità.

Riconoscerli può aprire un piccolo spazio. Durante una discussione mi accorgo che sto parlando sempre più in fretta, che le mani stringono e il fiato rimane alto. Posso sentire i piedi a terra, cambiare appoggio sulla sedia, lasciare uscire l’aria prima di continuare. Quello che provo è ancora lì, ma forse riesco a starci con un po’ più di spazio e a sentire meglio cosa voglio fare: continuare a parlare, chiedere una pausa, dire che qualcosa mi ha ferita.

Se sento che mi sto chiudendo, posso provare a comunicarlo: «Adesso faccio fatica a parlarne, ma voglio tornarci». Se sono arrabbiata perché qualcuno ha superato un mio limite, posso sentire quella rabbia e scegliere come esprimerla.

A volte me ne accorgo soltanto dopo, quando la conversazione è finita e sento quanto sono rimasta contratta. Anche da lì posso cominciare a conoscermi. Con il tempo diventa più familiare quel modo di stringere, accelerare o ritirarmi, e posso riconoscerlo prima.

La scelta non deve essere sempre perfetta, né assomigliare a un’immagine di noi sempre calma e disponibile. Ci sono momenti in cui arrabbiarsi ha senso e momenti in cui qualcosa fa male. Vorrei che potessimo sentirli fino in fondo, con il tempo e il sostegno di cui abbiamo bisogno, senza doverli subito mettere a posto. Conoscersi ci permette anche di riconoscere quando abbiamo bisogno di fermarci o di essere accompagnati.

Trovare ciò che ci aiuta.

Possiamo scoprire che in un certo momento ci aiuta muoverci, far vibrare il corpo, sentirlo più caldo. In un altro abbiamo bisogno di rallentare, sentire i piedi, appoggiarci a terra e respirare. A volte cerchiamo un po’ di solitudine per sentirci, altre un abbraccio o una persona con cui possiamo stare senza dover spiegare tutto. La stessa cosa può aiutarci oggi e non bastare domani; impariamo anche questo, facendo esperienza.

Ci sono cambiamenti piccoli, quasi quotidiani. Accorgerci delle mani contratte e dare loro un po’ di movimento. Prenderci il tempo di mangiare e sentire se il corpo riesce ad accogliere quel pasto. Lasciare una pausa prima di rispondere. Altre volte abbiamo bisogno di cambiare qualcosa nelle nostre giornate o di conoscere con pazienza risposte che ci accompagnano da molti anni.

Quando sentiamo di avere abbastanza sicurezza e sostegno, può diventare più facile riposare, nutrirci, digerire. A volte ci accorgiamo che qualcosa è cambiato perché torna un sospiro, sentiamo l’appoggio della schiena, le mani si aprono. Possiamo assaporare quello che mangiamo, guardarci intorno, ascoltare qualcuno senza sentire di dover rispondere subito.

C’è più spazio anche per capire cosa ci nutre e cosa ci consuma, per digerire ciò che abbiamo mangiato e, poco alla volta, ciò che abbiamo vissuto. La mente si fa più lucida, riusciamo ad ascoltare una frase fino in fondo, torniamo disponibili a incontrare qualcuno. È anche così che possiamo sentire cambiare la nostra presenza.

Autoregolazione è conoscersi.

Per me autoregolazione significa imparare a riconoscere come cambiamo e scoprire che possiamo partecipare a questi passaggi. Conoscere ciò che ci attiva, ciò che ci fa chiudere, ciò che ci aiuta a stare bene ci dà più libertà nel modo di rispondere alla vita.

Le nostre storie sono diverse, ma ci riconosciamo in tante di queste esperienze: nella fretta che rimane addosso, nella domanda che oggi è troppo, nella parola che ci ferisce, nella presenza che ci fa respirare. Accorgercene ci avvicina a noi stessi e può renderci più attenti anche agli altri, perché sappiamo quanto può esserci dentro un gesto, una risposta, un silenzio.

Forse possiamo cominciare da qui, da quello che stiamo facendo adesso. Sentire come ci siamo dentro, con le risorse che abbiamo oggi, e chiederci di cosa abbiamo bisogno per viverlo. È un modo di conoscerci e di riconoscerci umani, mentre la vita accade.

Irene

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